Teatro

Il Teatro, per me, è una necessità.
Una continua possibilità di creare, di cambiare pelle, di esplorare nuove forme e parti di me.
È un gesto che comunica, una lingua antica e viva che parla al presente e lo interroga.
Cerco sempre un dialogo che non dia risposte semplici, ma che sappia generare domande. Altre domande. Nuove domande.

24

Anni

dedicati all’arte di Far Teatro.

41

Spettacoli

sono la mia Valigia.

11

Regie

e c’è ancora spazio

I momenti che precedono l’entrata in scena sono sacri: lì, l’agitazione pulsa senza ancora farsi strada.
Poi tutto cambia. Il corpo entra nel flow – quello stato di presenza totale descritto da Mihály Csíkszentmihályi – e lì, nella sospensione del tempo, ciò che è finto prende vita, e le verità personali trovano il loro spazio in ciò che sembra non esserlo.
È una realtà alternativa, un sogno lucido, dove si può rispondere solo vivendo.

Nel mio teatro, la musica e il corpo sono protagonisti.
Il linguaggio è spesso simbolico, a tratti ermetico. Amo lasciare spazio all’intuizione, ai vuoti da abitare.
Mi ispirano i maestri della scena come Peter Brook, Emma Dante, Eugenio Barba.
Mi porto dentro la potenza del mito shakespeariano e la vitalità della Commedia dell’Arte.

Quando insegno Teatro ai ragazzi, non formo attori: formo individui.
Persone più consapevoli di sé, con più fiducia, più immaginazione, più ascolto.
Trasmetto una passione viva, concreta, artigiana. E quando vedo brillare i loro occhi, so che quell’arte ha trovato radici.

Il pubblico, per me, è vivo.
È parte dello spettacolo, quasi un personaggio silenzioso ma presente.
Mi piace che resti sospeso, come al termine di un sogno. A volte, vorrei che non applaudisse nemmeno, per non rompere l’incanto.
Non cerco di imboccare nessuno: il Teatro non è un cucchiaino da pappa.
La mia missione è creare un disturbo fertile, uno sguardo obliquo, un cortocircuito poetico.

Odio et amo.
Equilibrio perfetto.